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1Dic, 15

Non ha diritto all’ assegno di mantenimento la moglie che, pur avendo sempre svolto in costanza di matrimonio solo le attività casalinghe, abbia però in astratto la capacità di andare a lavorare.

Tanto ha stabilito la Corte di Cassazione Civile con la recente Sentenza n.11870/2015 confermando l’orientamento ormai consolidato della giurisprudenza nell’applicare un maggior rigore nel riconoscimento del diritto all’ assegno di mantenimento in caso di separazione dei coniugi.

Nel caso preso in esame dalla Suprema Corte l’unica fonte di reddito della famiglia, in costanza di matrimonio, era costituita dallo stipendio da lavoratore dipendente percepito dal marito, mentre la moglie aveva sempre e solo fatto la casalinga. In sede divorzile la donna aveva sostenuto di non essere più stata messa nelle condizioni di mantenere il tenore di vita goduto durante il matrimonio in quanto “impossidente e priva di lavoro”; accusava inoltre il marito di aver simulato la perdita del lavoro continuando invece nella pratica a lavorare presso terzi, cosa che gli avrebbe permesso di percepire, oltre al regolare stipendio, anche l’indennità di disoccupazione.

I Giudici della Cassazione hanno però evidenziato come il marito avesse concretamente provato sia di aver perso il lavoro in seguito ad una contestazione disciplinare e, dunque, il suo attuale stato di disoccupazione, sia il peggioramento delle proprie condizioni economiche di vita, aggravate dalla nascita di una figlia. Di contro la moglie non aveva fornito alcuna prova circa il tenore di vita mantenuto durante il matrimonio. Ma la novità più importante della Sentenza è che i Giudici hanno ritenuto che il fatto che la moglie fosse dotata di astratta ed idonea capacità lavorativa (avendo svolto in precedenza, sia pur saltuariamente piccoli lavoretti) le facesse perdere il diritto all’ assegno di mantenimento, mancandone i presupposti fattuali: “l’accertamento del diritto all’assegno divorzile deve essere fatto verificando l’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del rapporto”.

Dal punto di vista pratico e materiale, però, la quantificazione in concreto dell’ammontare dell’ assegno di mantenimento va effettuata “tenendo conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione e del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ognuno e di quello comune, nonché del reddito di entrambi, valutandosi tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio” con l’ulteriore specificazione che è necessario prendere in considerazione e valutare concretamente, non solo la situazione economica complessiva (redditi e altre fonti di ricchezza patrimoniale) del coniuge che richiede l’assegno, ma anche quella di chi l’ assegno di mantenimento deve corrisponderlo; detto accertamento complessivo e specifico della condizione economica di entrambi i coniugi “assume rilievo determinante sia ai fini dell’accertamento del livello economico-sociale del nucleo familiare, sia ai fini del necessario riscontro in ordine all’effettivo deterioramento della situazione economica del richiedente in seguito allo scioglimento del vincolo”. Ha inoltre chiarito la Corte di Cassazione che per valutare in concreto la misura in cui il venir meno del vincolo matrimoniale ha inciso sulla posizione economica del richiedente l’ assegno di mantenimento “è necessario porre a confronto le rispettive potenzialità economiche intese non solo come disponibilità attuali di beni ed introiti, ma anche come attitudini a procurarsene in grado ulteriore”.

Sulla base di tutte le predette valutazioni, i Giudici hanno ritenuto che la moglie non avesse fornito sufficiente prova di essere materialmente impossibilitata a procurarsi autonomamente mezzi economici adeguati a mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, concludendo per negare alla stessa il diritto all’ assegno di mantenimento tanto più in ragione della prova data dal marito del peggioramento della propria situazione economica in conseguenza della perdita del posto di lavoro e della nascita di sua figlia.

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