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2Feb, 15

Con la recente Sentenza n. 33835 del 29 luglio 2014, la Corte di Cassazione Penale, sezione VI, ha stabilito che la coltivazione “casalinga” di marijuana non è punibile a condizione che si tratti di una quantità minima e destinata all’uso esclusivamente personale.

La Suprema Corte ha ritenuto che la coltivazione di quantità trascurabili di marijuana destinate all’esclusivo uso personale, non concretizza alcun tipo di reato poiché rimane esclusa la possibile diffusione della sostanza così come anche l’ampliamento della coltivazione.

Già la Corte Costituzionale, con la Sentenza n. 32/2014 aveva annullato le disposizioni che unificavano il trattamento sanzionatorio per tutti i diversi tipi di droga (quindi anche della marijuana) e, sulla scorta di detta pronuncia, la Suprema Corte ha nuovamente rimarcato l’indubbia differenza tra il “reato di coltivazione” e quello di “mera detenzione” delle sostanze stupefacenti: il reato di coltivazione non è direttamente ricollegato all’uso personale e, pertanto, è “punito di per sé in ragione del carattere di aumento della disponibilità e della possibilità di ulteriore diffusione”; il reato di mera detenzione è, al contrario, direttamente ricollegato all’uso personale e, pertanto, è punibile solo quando “è destinata all’uso di terzi” mentre, se destinata all’uso personale, è punito con l’applicazione della sanzione (amministrativa) corrispondente a tale ultima condotta.

Sulla base di queste premesse, ha ritenuto la Corte che deve escludersi la punibilità di quelle condotte che siano in concreto inoffensive, cioè di “tale levità da essere sostanzialmente irrilevante l’aumento di disponibilità di droga e non prospettabile alcuna ulteriore diffusione della sostanza”.

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