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22Dic, 15

Il trattamento di fine rapporto è un elemento della retribuzione il cui concreto pagamento viene differito ad un momento successivo rispetto a quello della prestazione lavorativa: il diritto a percepire il Tfr sorge, in concreto, al momento della cessazione del rapporto di lavoro ed è assolutamente irrilevante, ai fini di volerne prevedere una diversa decorrenza, l’accantonamento annuale della quota di trattamento; detto accantonamento, infatti, costituisce una mera anticipazione sul trattamento medesimo e consiste in un importo provvisoriamente quantificato e comunque privo del requisito della certezza, atteso che il diritto all’integrale prestazione matura, appunto, solo al termine del rapporto di lavoro.

Il trattamento di fine rapporto, secondo quanto disposto dall’art. 20120 c.c., è un diritto di credito, a pagamento differito, di natura sostanzialmente retributiva, che matura anno per anno in relazione al tipo di lavoro prestato e all’ammontare della retribuzione dovuta, maggiorata degli accessori aventi natura retributiva. L’ammontare del Tfr corrisponde ad una quota di accantonamenti annui di una quota della retribuzione, che viene rivalutata annualmente con 1,5% fisso più il 75% dell’inflazione ISTAT: in pratica il Tfr spettante al lavoratore è uguale alla somma, per ciascun anno di servizio, della retribuzione utile divisa per 13,5 più la rivalutazione sopra indicata. Occorre precisare che nella retribuzione accantonabile annualmente devono essere ricomprese anche le somme corrisposte in dipendenza del rapporto di lavoro a titolo non occasionale, compreso l’equivalente delle prestazioni in natura, rimanendo escluse le somme conferite a titolo di rimborso spese.

Come chiarito innanzi, il trattamento di fine rapporto è quindi un diritto futuro non ancora acquisito dal lavoratore in costanza di rapporto di lavoro e, per tale motivo, l’eventuale accordo transattivo col datore  di lavoro a mezzo del quale il dipendente rinunci ai diritti conseguenti alla cessione del rapporto di lavoro, è affetto da nullità assoluta.

La Corte di cassazione civile ha ribadito questo principio con la Sentenza n. 23083/2015 prendendo in esame il caso di un lavoratore che aveva convenuto in giudizio l’azienda presso la quale aveva prestato la propria attività lavorativa per non avergli la stessa corrisposto il trattamento di fine rapporto spettante al termine del periodo lavorativo. Il dipendente riconosceva di aver sottoscritto, in costanza del rapporto di lavoro, un accordo transattivo col quale si era impegnato a rinunciare al trattamento di fine rapporto, ma ne eccepiva la radicale nullità in quanto concernente diritti futuri, in parte indisponibili ed in parte a lui ancora ignoti. Per contro, la società eccepiva che l’accordo transattivo non era stato impugnato nei termini di cui all’art. 2113 c.c. (“sei mesi dalla data di cessazione del rapporto o dalla data della rinuncia o della transazione, se queste sono intervenute dopo la cessazione medesima”) e che, pertanto, non poteva più esserne contestata la validità.

La Suprema Corte ha chiarito che l’accodo transattivo era stato sottoscritto dal lavoratore quando lo stesso era ancora in servizio e, per tale motivo, aveva ad oggetto un diritto non ancora maturato né concretamente quantificabile nel suo ammontare precisando altresì che, per la legittimità e la validità della rinuncia, non è sufficiente l’accantonamento delle somme già maturate in ragione del fatto che il diritto non è ancora entrato nel patrimonio del soggetto. Conseguenza di ciò è che l’eventuale rinuncia al trattamento di fine rapporto, effettuata prima della concreta cessazione del rapporto di lavoro, è radicalmente nulla ai sensi dell’ art. 1418 c.c, comma secondo (“producono nullità del contratto la mancanza di uno dei requisiti indicati dall’articolo 1325…” – tra i quali, oltre all’accordo delle parti, la causa e la forma quando è prescritta dalla legge a pena di nullità, vi è anche l’oggetto), per mancanza dell’oggetto, non essendo ancora il diritto entrato nel patrimonio disponibile del soggetto.

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